Nel Paese dove ogni giorno si invoca la crescita, si celebrano le eccellenze artigiane e si predica la centralità delle imprese, i dati diffusi dall’Osservatorio CNA sull’imposizione fiscale sono uno schiaffo alla retorica. Il total tax rate – ovvero l’insieme di imposte e tributi che gravano su un’impresa individuale tipo – nel 2024 è calato, sì, ma solo di mezzo punto percentuale, passando dal 52,8% al 52,3%. Il risultato? L’imprenditore medio ha “lavorato per lo Stato” fino al 9 luglio, due giorni in meno rispetto all’anno scorso.
Una buona notizia? Solo se si ha una certa propensione all’autoinganno. Perché continuare a definire questo livello di tassazione come “lievemente in calo” significa ammettere, senza dirlo apertamente, che lo Stato continua a pretendere troppo e restituire troppo poco. E che nel Paese che si proclama patria delle PMI, fare impresa è ancora un atto di eroismo civile.
Il quadro fotografato dalla CNA è impietoso: pressione fiscale record al Sud, con Agrigento che tocca il 57,4%, e divari territoriali che restano inchiodati a 11 punti percentuali tra la città più “virtuosa” (Bolzano, al 46,3%) e la peggiore. Al Nord si paga meno perché i servizi funzionano, al Sud si paga di più per ricevere di meno. È l’Italia della doppia velocità, dove l’efficienza non è premiata e l’inefficienza viene alimentata con gabelle medievali.
Ma ciò che fa più rabbia, leggendo i dati del rapporto, non è nemmeno tanto la percentuale in sé, ma la naturalezza con cui abbiamo accettato l’idea che sia normale destinare più della metà del reddito d’impresa al fisco. Come se fosse fisiologico, come se lo Stato avesse diritto di prelazione sulla fatica, sul rischio, sulla libertà economica.
Il presidente della CNA, Dario Costantini, è fin troppo diplomatico quando afferma che il livello resta “molto elevato” e rappresenta “un vincolo alla crescita”. In realtà siamo di fronte a una zavorra strutturale, a una tassa sull’iniziativa, sulla libertà, sulla possibilità stessa di costruire un destino economico autonomo. E mentre si attende – con la pazienza di un pellegrino – che la riforma fiscale venga finalmente attuata in modo organico, le imprese restano appese a un sistema dove l’instabilità normativa e l’opacità burocratica sono la regola.
Il segretario Gregorini lo dice chiaramente: in alcune province il fisco si mangia quasi il 60% del reddito. Una tassa sulla speranza, sulla voglia di fare, sul desiderio di rimanere nel proprio territorio a produrre e creare lavoro. Perché, e questo va ricordato, le imprese individuali non sono entità astratte, ma spesso famiglie, volti, storie, botteghe, laboratori che tengono in piedi interi quartieri.
Eppure, proprio su queste realtà, la mano pubblica pesa di più. Non solo con le tasse, ma con adempimenti incomprensibili, interpretazioni mutevoli, scadenze ballerine, incentivi che evaporano al primo click errato. E ogni modifica normativa, ogni riforma a metà, ogni comma riscritto, diventa fonte di incertezza, disincentivo, freno.
Il paradosso è che da anni si parla di “semplificazione”. La politica lo sbandiera come mantra, ma la complessità resta il principale alleato dell’inefficienza fiscale. Non servono più slide o tavoli tecnici. Serve una rivoluzione culturale, che parta da un principio semplice: chi produce, chi rischia, chi crea valore non deve essere vessato, ma accompagnato. E chi garantisce lavoro non deve essere spremuto, ma messo nelle condizioni di crescere.
Oggi, invece, un imprenditore a Palermo smette di lavorare per il fisco il 7 luglio. A Torino il 15. A Bologna, addirittura, si arriva al 23 luglio. Altro che ripresa economica: è un eterno “anno zero”.
Siamo un Paese che continua a promettere, ma pretende prima di mantenere. Che esige fedeltà fiscale in cambio di prestazioni scadenti. E che poi si stupisce se le imprese chiudono, delocalizzano, o restano schiacciate da un apparato che non conosce né giustizia né proporzione.
Il fisco non può più essere una trappola. Deve diventare un sistema di regole chiare, eque, stabili. Non un cappio fiscale che stringe lentamente fino a soffocare. Altrimenti continueremo a leggere ogni anno le stesse cifre, con lo stesso sdegno, senza mai cambiare nulla.
