C’è un luogo, nella geografia sfilacciata della costa agrigentina, che incarna in modo quasi didascalico il destino delle occasioni perdute. Porto Empedocle, la città di Vigàta immaginata da Camilleri, nata come appendice marittima di Agrigento, ha un cuore pulsante che da decenni batte a vuoto: il suo porto. Uno spazio vasto, strategico, potenzialmente decisivo per l’economia dell’intera provincia, ma abbandonato da qualsiasi visione, lasciato marcire tra burocrazie sorde e progetti annunciati e mai completati. Un porto che, come le sue banchine, è stato testimone di mille promesse di sviluppo e di altrettante rinunce.
Negli anni si è parlato di tutto: crocierismo, traffico merci, collegamenti con le isole minori, aree logistiche integrate. Si sono susseguite conferenze stampa, piani di rilancio, stanziamenti sulla carta. Eppure, chi oggi si avvicina al molo, trova un paesaggio desolante. I fondali da dragare, i cantieri bloccati, le strutture usurate, i movimenti ridotti all’osso. Una cornice che non restituisce affatto l’immagine di un’infrastruttura moderna, efficiente, competitiva. Il porto esiste, ma non incide. È lì, come un gigante addormentato, a guardia di un mare che avrebbe dovuto trainare l’economia, e che invece assiste in silenzio all’inerzia di chi avrebbe dovuto governarlo.
Il paradosso è evidente: in una terra dove la mancanza di lavoro e infrastrutture è cronica, dove i giovani fuggono e le imprese faticano, esiste un porto che potrebbe essere volano di rinascita e che invece resta un guscio vuoto. La causa? Una combinazione micidiale di inefficienze amministrative, conflitti di competenze, logiche di corto respiro e, soprattutto, assenza di un progetto coerente e lungimirante. Il risultato è un fallimento silenzioso, che pesa come un macigno sulla credibilità delle istituzioni.
La vicenda del dragaggio del fondale è emblematica. Annunciato da anni, necessario per permettere l’approdo delle grandi navi, è rimasto impigliato in un labirinto di autorizzazioni, contenziosi, rilievi tecnici. Senza quel dragaggio, molte navi non possono attraccare. Senza attracchi, niente merci, niente crocieristi, niente sviluppo. Tutto fermo. Come se il tempo, a Porto Empedocle, fosse stato messo in pausa, mentre altrove — si pensi a Trapani, a Messina, a Gioia Tauro — le autorità portuali pianificano, investono, rilanciano. Qui, al contrario, si sopravvive tra rimandi e manutenzioni minime.
Eppure le potenzialità ci sono. La posizione geografica è favorevole: al centro del Mediterraneo, vicino al Nord Africa, a metà strada tra i flussi turistici delle Egadi e quelli commerciali diretti verso l’Europa continentale. Esiste un collegamento con Lampedusa e Linosa, anche se irregolare. Esiste un retroporto che potrebbe diventare una zona logistica efficiente. Esistono professionalità locali, tradizione marittima, saper fare. Ma manca la volontà politica di trasformare queste risorse in strategia.
Nel frattempo, la città soffre. Porto Empedocle ha perso la centralità che aveva, è diventata terra di mezzo: troppo piccola per contare, troppo grande per scomparire. La disoccupazione morde, il tessuto urbano si sfalda, il turismo di passaggio non lascia che briciole. I benefici annunciati dalla vicinanza con la Valle dei Templi, o dall’essere luogo letterario d’eccellenza, si esauriscono in qualche visita mordi e fuggi. E la città resta sospesa tra nostalgia industriale e sogni evaporati.
Serve una svolta, ma non l’ennesimo piano fantasma. Serve un’autorità portuale capace di agire, un investimento serio sulla logistica, un raccordo efficace tra porto, ferrovia e viabilità interna. Serve, soprattutto, che la politica locale e regionale smetta di usare il porto come argomento da campagna elettorale e inizi a considerarlo per quello che è: un’infrastruttura strategica per lo sviluppo della Sicilia sudoccidentale. Un’operazione che richiede competenza, visione e coraggio.
Porto Empedocle non può più aspettare. Ogni anno che passa senza un vero rilancio è un anno di lavoro perso, di giovani che se ne vanno, di imprese che rinunciano. Se davvero si vuole restituire un futuro a questa città, il porto non può più essere un monumento all’immobilismo. Deve tornare a essere ciò che era: un approdo, una porta sul mondo. Non un luogo dove il mare finisce, ma da cui può ricominciare tutto.


