A Raffadali, il Venerdì Santo ha un suono preciso: quello dei lamintaturi, un gruppo maschile che, nell’oratorio dell’Addolorata, intona lamenti a cappella. La struttura è essenziale e riconoscibile: una prima voce – più potente, “conduttrice” – evoca la Passione di Cristo; il coro risponde e sostiene, trasformando il canto in una litania funebre. Non ci sono strumenti: solo fiato, respiro, sillabe che si appoggiano alle pareti e ritornano con un’onda regolare. È un rito che la comunità definisce come veglia: non spettacolo, ma partecipazione ordinata al dolore.
I lamintaturi, in genere sei-dieci cantori, procedono secondo una prassi tramandata oralmente. Il testo è in dialetto antico e, a tratti, può risultare difficile da comprendere a chi non appartiene alla comunità. Ma qui, come spiegano gli stessi custodi della tradizione, conta il suono: il valore fonico della parola, più che il suo significato letterale. La prima voce conduce la narrazione sacra; il coro riprende l’ultima sillaba e la dilata in un corale “Ah”, ampliando la partecipazione e trasformando la frase in respiro collettivo. È così che il compianto diventa azione condivisa: un dolore che, passando per la voce, si fa dicibile e dunque sopportabile.
La funzione liturgica è chiara: compianto e memoria. L’Addolorata – la madre che soffre – è il volto umano del Venerdì Santo; a lei si indirizzano parole e sospiri, modulati su formule riconosciute e ripetute negli anni. Finita la litania, la chiesa resta in silenzio: un silenzio “pesante”, che accompagna i presenti fino alla notte e, simbolicamente, fino alla Pasqua. Molti fedeli descrivono questo passaggio come il momento più forte dell’intera settimana: l’istante in cui la comunità trattiene il fiato, prima che la liturgia della Resurrezione restituisca la parola alla gioia.
Nel quadro siciliano della Settimana Santa, i lamenti di Raffadali si inseriscono in una tradizione più ampia di canti rituali senza strumenti, affidati a voci maschili in configurazione alternata tra solista e coro. In molte località dell’Isola, i repertori pasquali combinano monodia e polivocalità, con testi in dialetto o in latino liturgico (come avviene altrove per lo Stabat Mater, il Miserere, il Popule meus). Studiosi di etnomusicologia e antropologia hanno evidenziato le stratificazioni storiche di questi repertori: devozioni cristiane, pratiche confraternali, echi mediterranei (iberici e bizantini) che, nei secoli, hanno plasmato forme locali diversissime tra loro ma accomunate dalla stessa funzione rituale.
Da questo punto di vista, il lamento non è un semplice retaggio folklorico: è un dispositivo comunitario. La musica del cordoglio ordina la presenza, dà misura al dolore, crea cohesione. Le ricerche sul pianto rituale – in Sicilia e nel Mediterraneo – mostrano che il canto, anche quando segue schemi fissi, non “imita” il dolore: lo attiva e lo contiene, offrendo un quadro condiviso per attraversarlo. A Raffadali, questa dinamica è evidente: il Venerdì Santo non si “guarda”, si vive; e la litania, proprio perché regolata, consente a ciascuno di collocarsi dentro la memoria della Passione.
Il rapporto tra liturgia ufficiale e pratica dei lamintaturi è di convivenza: la prima scandisce tempi e testi del Triduo, la seconda li incarna secondo una sensibilità locale antica. Anche il lessico con cui si nomina il rito – “lamenti”, “lamintaturi” – richiama una più ampia famiglia di pratiche siciliane (altrove dette “ladanti”, “lamentanze”, “parti di la Simana”), che varia per modalità esecutive e assetto vocale, ma mantiene costante l’intento: dare voce condivisa al lutto.
Sul piano pratico, la partecipazione è sobria e ordinata. L’oratorio ospita i cantori e i fedeli; il canto si sviluppa in strofe guidate dal solista, con le risposte del coro che dilatano la coda delle parole. La ricorrenza è annuale, legata al Venerdì Santo; orari e sequenza degli atti liturgici e paraliturgici possono mutare a seconda dell’edizione, ma la litania dell’Addolorata resta il baricentro sonoro della giornata.
In un tempo di frammentazione e rumore, Raffadali preserva una sapienza della voce che non ha bisogno di amplificatori per farsi ascoltare. Chi esce dall’oratorio dopo l’ultimo verso porta con sé una nota lunga, un’eco che accompagna fino alla Pasqua. È la prova che una tradizione viva non è un museo: è un gesto attuale, capace di mettere in comune il dolore perché la comunità possa rinascere. E in questo gesto, i lamintaturi sono più che cantori: sono i custodi di una memoria che, ogni anno, torna a farsi respiro.
