C’è una nuova malattia che colpisce soprattutto chi non ha nulla di grave. Colpisce chi ha solo un mal di testa ricorrente, una pressione ballerina, una glicemia incerta. Colpisce chi ha bisogno di controlli, di parole, di ascolto. Colpisce chi cerca un medico — e non lo trova.
Si chiama sfiducia sanitaria, ed è diventata endemica.
In provincia, e ad Agrigento in particolare, non è solo questione di risorse. È l’architettura stessa del sistema a risultare ostile. I medici di base, pochi e oberati, spesso irraggiungibili. Gli specialisti pubblici con agende chiuse per mesi. I CUP che rispondono solo al secondo tentativo, se va bene. Le visite “in convenzione” che non si trovano mai.
Il cittadino si affanna tra prenotazioni digitali che non funzionano, numeri verdi che cadono nel vuoto, fascicoli elettronici mai davvero attivati.
Chi può, va nel privato. Spende. Stringe i denti. Ottiene in due giorni ciò che il pubblico non garantisce in sei mesi. Ma chi non può? Chi vive con una pensione minima, chi non ha un parente che lo guida, chi si perde già davanti alla parola “SPID”? Quello, spesso, rinuncia.
E la rinuncia è subdola. Non è una decisione, è un’abitudine. Si impara a convivere con la tachicardia. Con il dolore al fianco. Con la pressione che sale e scende come le speranze. Si comprano farmaci “da banco” per coprire i sintomi. Si ascoltano consigli non richiesti. Si finge.
È così che la cronicità si trasforma in normalità.
Ed è così che il sistema sanitario, da diritto universale, diventa un ostacolo da evitare.
Ma in tutto questo, resistere è possibile. Con intelligenza, con ostinazione, con un pizzico di metodo.
Serve innanzitutto preparazione: sapere che molti esami si possono prenotare anche in farmacia, senza passare per CUP. Che alcuni ambulatori specialistici territoriali sono meno noti ma più accessibili. Che le associazioni di volontariato — come AVULSS o Croce Rossa — offrono spesso servizi di ascolto, misurazione, orientamento sanitario gratuito.
Serve poi pazienza strategica: segnare tutto, farsi spiegare bene, non vergognarsi di domandare tre volte. Il sistema è confuso, ma non invincibile.
E serve anche una solidarietà tra cittadini. Condividere contatti affidabili. Aiutare chi non ha dimestichezza con la tecnologia. Accompagnare un anziano a fare una visita. Sono piccoli atti che non risolvono il problema, ma ne rallentano la deriva.
Perché la vera malattia non è la pressione alta. È il sentirsi soli davanti a un sistema che non ti riconosce.
E la prima cura — la più semplice e la più disattesa — resta sempre quella: esserci. Per sé, e per gli altri.


