Settembre, per molti, è una stagione di ricomposizione. Si torna alla routine, alla sveglia che suona, ai grembiuli da stirare, ai compiti da firmare. Ma per chi ha figli in età scolare — e non ha santi in paradiso né portafogli imbottiti — l’autunno è un campo minato.
Ad Agrigento, come in decine di città italiane, l’istruzione pubblica è un diritto che si conquista giorno per giorno. Sulla carta è gratuita. Nella pratica, si paga tutto: il tempo, la fatica, le assenze ingiustificate del servizio. I trasporti che non arrivano. Le mense che aprono in ritardo. Le iscrizioni digitali che escludono chi non ha Wi-Fi, PEC, SPID. Un’infrastruttura che pretende cittadinanza digitale da chi a malapena ha accesso a una stampante.
Per le famiglie che lavorano — magari con orari spezzati, turni incerti, contratti a chiamata — il tempo scuola non basta mai. Il tempo pieno è una promessa disattesa, l’anticipo e il post-scuola un lusso riservato a pochi istituti. I più, si arrangiano. Con i nonni, con i vicini, con l’ansia addosso. Perché il vero welfare in Sicilia, ancora oggi, si chiama famiglia. E quando la famiglia non regge, il sistema collassa.
Poi ci sono gli asili. Un incubo a porte chiuse. Pochi posti, liste d’attesa infinite, criteri opachi. Chi non ha ISEE aggiornato resta fuori. Chi ce l’ha, scopre che comunque il punteggio non basta. E allora si va nel privato, dove le rette mordono, dove spesso si paga per ciò che lo Stato dovrebbe offrire gratuitamente: l’inizio di una cittadinanza.
Le mense scolastiche sono un altro tallone d’Achille. Attivate in ritardo, sospese per scioperi, spesso affidate a società esterne che lavorano al minimo sindacale. Non è solo una questione alimentare, ma educativa. Per molti bambini, il pasto a scuola è l’unico equilibrato della giornata. Per molti genitori, è l’unica possibilità di lavorare fino al pomeriggio.
Infine, i trasporti: autobus che saltano corse, navette promesse e mai attivate, ragazzi che camminano chilometri perché il servizio è stato “rimodulato”. Ogni settembre si riparte da capo, come se l’anno scolastico fosse una sorpresa. Come se si ignorasse che migliaia di studenti, ogni giorno, devono raggiungere luoghi dove lo Stato li aspetta — ma non li accompagna.
Eppure, tutto questo non è inevitabile. È semplicemente il prodotto di un’assenza: assenza di programmazione, di equità, di rispetto per chi non ha voce. I genitori protestano, ma in ordine sparso. I presidi denunciano, ma inascoltati. Gli assessori parlano di “criticità”, ma senza fretta.
Intanto, chi può si adatta. E chi non può, rinuncia: all’orario completo, al doposcuola, alla tranquillità. Ma soprattutto a quell’idea, ancora romantica e forse illusa, che la scuola pubblica possa essere davvero un’ascensore sociale e non un’altra sala d’attesa dell’Italia che non parte mai.

