C’è una Sicilia che non fa notizia con spari nella notte o con retate antimafia all’alba, ma che ogni giorno muore silenziosamente sotto il peso di un’economia stremata, di salari da fame e di un’assenza strutturale di prospettiva. L’ultimo report della Cgia di Mestre non fa che confermare, con la freddezza dei numeri, ciò che in tanti vivono sulla propria pelle: l’Isola è povera, sempre più povera. Cinque province siciliane — Trapani, Caltanissetta, Enna, Ragusa e Agrigento — si piazzano tra le ultime dieci d’Italia per reddito medio. Un’umiliazione che ha smesso da tempo di essere episodica: è sistemica.
Ad Agrigento, il reddito medio annuo si ferma a 17.540 euro. Facile fare il confronto: la media nazionale sfiora i 25.000 euro, le regioni del Nord — Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto — galoppano verso i 30.000. Siamo davanti a un baratro sociale ed economico che non si colma con l’ottimismo dei convegni o le promesse elettorali fatte sotto il sole cocente di agosto. È un abisso che inghiotte intere generazioni, costrette a scegliere tra la rassegnazione o l’esodo.
L’indigenza non è più un’eccezione, ma la norma. In Sicilia, oltre il 71% dei residenti ha un reddito inferiore alla media nazionale. La società si regge su pensioni minime, sussidi e impieghi sottopagati. Il lavoro, quando c’è, è precario, dequalificato, spesso in nero. Il resto lo fa un apparato burocratico pachidermico e inefficiente, che invece di stimolare la crescita ne rappresenta l’ostacolo più radicato. E così la povertà diventa ereditaria, come un male genetico che si trasmette di padre in figlio.
Agrigento, la città dei templi e delle glorie classiche, è oggi terzultima nella classifica nazionale per reddito. Una disfatta che assume toni paradossali in una terra che, sulla carta, dovrebbe essere ricca di tutto: patrimonio storico, bellezze naturali, turismo potenziale, agricoltura. E invece, come spesso accade nel Mezzogiorno, le risorse si trasformano in zavorra: il turismo è sporadico, stagionale, affidato all’improvvisazione; l’agricoltura soffre la concorrenza sleale dei mercati globalizzati; l’industria è un miraggio; i servizi, quando ci sono, sono fatiscenti.
Ma il dramma non è solo economico. È culturale, politico, civile. Questa situazione non è il frutto del destino o di un cataclisma naturale. È il risultato di decenni di miopia istituzionale, di politiche pubbliche incapaci di affrontare il tema dello sviluppo in modo organico. Si è preferito anestetizzare la povertà con misure assistenziali, perpetuare la dipendenza dallo Stato, utilizzare la marginalità come serbatoio elettorale. Più che un problema da risolvere, la povertà è stata trattata come un bacino da gestire: meglio un cittadino che aspetta il Reddito di Cittadinanza che uno che chiede riforme vere.
E così, mentre altrove si discute di transizione ecologica, digitalizzazione, innovazione, qui si fa ancora i conti con la mancanza d’acqua potabile in interi quartieri, con strade che si sbriciolano, con treni che impiegano ore per percorrere pochi chilometri. In questa distorsione temporale, la Sicilia sembra congelata in un eterno dopoguerra, dove ogni slancio viene ricacciato indietro da una realtà troppo ostinata.
È il fallimento della politica, locale e nazionale, che ha guardato al Sud come a un problema irrisolvibile o, peggio, come a un fastidio da contenere. Il PNRR, che avrebbe potuto rappresentare un’occasione storica per invertire la rotta, rischia di diventare l’ennesima pioggia di fondi evaporata nel nulla, dispersa in micro-interventi scollegati e in consulenze d’oro senza ricadute tangibili.
Occorre dirlo con chiarezza: non è la Sicilia a essere sbagliata, ma il modo in cui la si è amministrata. Serve un’operazione verità, un’analisi impietosa di ciò che non ha funzionato, il coraggio di abbandonare una volta per tutte l’idea che il Sud possa essere rianimato con qualche incentivo alle imprese, con il turismo “di ritorno” o con i progetti per il coworking nei borghi abbandonati. La marginalità strutturale si combatte con politiche industriali vere, infrastrutture strategiche, una scuola che funzioni, un’università che trattenga i talenti.
Ma prima ancora serve una visione politica che abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà: la povertà siciliana non è un fenomeno passeggero, ma una condizione sedimentata. E come tale richiede risposte eccezionali. Perché se Agrigento è oggi terzultima, non lo è per caso. È lo specchio di un’Italia che si è divisa in due e che, giorno dopo giorno, sembra aver deciso di lasciar morire la sua parte più antica e più bella.
