L’inserimento dello scalo di Agrigento nel nuovo Piano Nazionale degli Aeroporti al 2035, annunciato dal ministro Matteo Salvini in occasione della presentazione del documento programmatico, ha riacceso il dibattito su una delle ferite mai rimarginate della Sicilia: la mobilitร della fascia centro-meridionale, da sempre tagliata fuori dai grandi flussi nazionali. A intervenire, con un comunicato diramato oggi, รจ la Uiltrasporti Sicilia, che attraverso la voce della segretaria generale Katia Di Cristina prende atto del segnale ministeriale ma alza subito il tiro sul vero punto dirimente: senza intermodalitร , una pista non basta a fare un aeroporto.
ยซSi tratta di un segnale di attenzione verso un’area geografica che soffre storicamente di forti carenze sul piano della mobilitร e degli spostamentiยป osserva Di Cristina, riconoscendo come un eventuale presidio aeroportuale possa innescare ricadute occupazionali e turistiche su un territorio che paga, oggi, tempi di percorrenza degni di altri secoli. Ma รจ proprio qui che il sindacato pianta il paletto. Il rischio, evidente a chiunque conosca la geografia infrastrutturale dell’isola, รจ che lo scalo agrigentino nasca isolato, scollegato dal resto: una cattedrale nel deserto buona per i comunicati elettorali e nient’altro.
ยซQuesta infrastruttura non puรฒ essere concepita in modo isolatoยป rivendica la segretaria generale. Per generare valore aggiunto, sostiene la Uiltrasporti, l’opera dovrร dialogare con la rete ferroviaria, la viabilitร stradale e i collegamenti marittimi, in un sistema di mobilitร realmente integrato. Tradotto: senza un patto vero tra Stato, Regione e gestori, l’aeroporto della Piana di Licata rischia di restare un nome su una slide ministeriale. L’auspicio del sindacato รจ che la pianificazione prosegua con analisi rigorose, risorse adeguate e un confronto costante con le parti sociali e le comunitร locali.
ร un avvertimento ragionevole, ed รจ anche un test di credibilitร per chi governa. Perchรฉ la Sicilia centro-meridionale ha giร conosciuto, in passato, troppi annunci finiti in nulla. Stavolta tocca dimostrare che il 2035 non sia, ancora una volta, un orizzonte di parole.

